Saverio,

un entusiasta

dell’evangelizzazione

 

Intervista al Superiore generale dei gesuiti

padre Peter-Hans Kolvenbach

 

[Popoli, Novembre 2002]

 

Il 3 dicembre la Compagnia di Gesù e il mondo missionario celebrano il 450° anniversario della scomparsa di san Francesco Saverio. Egli morì infatti il 3 dicembre 1552.

Uomo d’azione, di cultura e tenace evangelizzatore. A distanza di secoli l’opera dell’Apostolo delle Indie caduto alle porte della Cina, non mostra tentennamenti né compromessi. La sua eredità ha oggi una valore universale per la Chiesa e la missione. Uomo del suo tempo, le sue intuizioni restano ancora oggi attuali.

 

- Che senso ha per la Compagnia oggi ricordare quella morte di 450 anni fa su un’isola della costa cinese?

È più facile che la Compagnia di Gesù si riconosca in Francesco Saverio che in Ignazio, suo fondatore, al quale deve tutta la sua spiritualità e il suo slancio apostolico. Il motivo e che sant’Ignazio era condannato a irradiare luce con le lettere che scriveva dal suo ufficio, tra gli impegni di una faticosa amministrazione, mentre Francesco Saverio, come si è scritto, era «uno fino all’estremo, e fino all’estremo del mondo lo conduceva il suo eroismo», incarnando così per primo l’ideale ignaziano del compagno di Gesù in missione.

Anche se molti aspetti dell’attività missionaria di Francesco Saverio non sono più quelli della Chiesa e della Compagnia del nostro millennio, la passione di colui che morì un sabato, prima dell’aurora, il 3 dicembre 1552, sull’isola di Sanciano, in una capanna di paglia che non era sua, continua a ispirare una Compagnia di Gesù più che mai cosciente della sua vocazione di continuare oggi la missione di Cristo, nella fede di Francesco Saverio, una fede pasquale e misericordiosa, una fede più entusiasta e più limpida.

Così la Compagnia di Gesù intraprende tutti i ministeri con la fiducia che il Signore ci prende, come ha preso Ignazio e Saverio, per suoi servitori, non perché noi siamo forti e numerosi in tutto il mondo, ma perché il Signore ci dice, come a san Paolo: «Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza manifesta tutta la sua misura nella debolezza» (2 Cor 12,9). È questa parola che attraversa e rivela l’epopea di san Francesco Saverio.

 

- Dopo il Concilio Vaticano II, quale insegnamento del Saverio rimane attuale per le migliaia di gesuiti missionari come lui?

Senza dubbio Francesco si lascia entusiasmare da una visione teologica pre-conciliare. Secondo lui, l‘Asia è in pericolo di dannazione per tutto il tempo che non è stata evangelizzata e battezzata. Francesco amava il capitano cinese che lo conduceva in Giappone.

«È stato buono con noi» egli scrive, ma poi confessa con tristezza: «Noi non possiamo essere buoni con lui, perché la sua anima dev’essere all’inferno», essendo morto senza il battesimo (lettera del 5 novembre 1549). Di qui il suo impegno di battezzare finché le braccia non venivano meno per la sofferenza e la fatica (lettera del 15 gennaio 1544).

Tuttavia tale visione teologica, che non è più la nostra, non fa che accompagnare una passione missionaria che, dopo il Concilio Vaticano II, è più che mai quella di tutta la Chiesa. Avendo fatto egli stesso l’esperienza dell’amore di Cristo, Francesco non ha altro desiderio e altro impegno che andare in aiuto del prossimo. «Aiutare le anime», gli aveva insegnato Ignazio, perché possano incontrare in pienezza la Verità, vivendo il nuovo comandamento dell’ amore.

Al seguito di Cristo, Servitore di Dio, Francesco lascia il suo Paese e la sua cultura, la sua carriera personale e le sue idee, per servire quelli e quelle che il Signore ha messo sulla sua strada, senza riserve e senza calcoli umani. Il suo linguaggio è allora conciliare, quando non parla più di conquiste o di interessi, ma di un servizio amorevole reso gratuitamente al prossimo, piantando e irrigando, con una fiducia totale in quel Padrone della vigna, che è il solo a dare la fecondità e il frutto di tanta fatica, quando e come vorrà. Per dirlo con le parole lapidarie dello stesso Francesco: «Domandate a Dio nostro Signore che mi dia la grazia di aprire la strada agli altri, perché io non faccio nulla» (lettera del 30 gennaio 1552).

 

- Si può dire che l’amore e la missione per il mondo cinese costituiscano per i gesuiti di oggi una eredità del Saverio?

Senza dubbio. Era già l’opinione di Juan Polanco quando, come segretario di sant’Ignazio, apprendeva la notizia della morte di Francesco Saverio. Infatti nota nel suo diario: «La divina bontà ha tagliato il filo dei progetti del padre Francesco. E lei che glieli aveva suggeriti, però voleva che prima morisse lui stesso, a imitazione di Cristo, come un chicco di grano gettato alle soglie della Cina: così altri avrebbero raccolto frutti più abbondanti. Altro è chi semina, altro chi raccog1ie». Quando muore Saverio, Matteo Ricci ha soltanto due mesi: sarà lui che, insieme a tanti altri, sarà presente là dove il Saverio aveva sognato di andare, cioè alla corte dell’imperatore della Cina, per rendervi presente, anche al servizio dei cinesi, la Buona Notizia. Nonostante una storia spesso dolorosa e sempre movimentata, il Padrone della vigna non ha cessato di suscitare nei cuori dei gesuiti, appartenenti alle più diverse nazioni, l’amore per la Cina, fino ai nostri giorni.

 

Popoli

 


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